sabato 23 febbraio 2013

Un padre e un padre






Titolo: Un padre e un padre

Sottotitoli: Preti sconvenienti, Una pioggia d'imbarazzo, Negazione
Autore:Giusipoo
Pairing: Diego Perrone (Padre Andrea)/Michele Salvemini
Genere: AU/Drammatico/Romantico/Introspettivo  
Rating: PG, slash
Disclaimer: Adattamento della fanfiction Un padre e un padre, la cui versione originale si trova qui ,Un padre e un padre (I demoni e gli angeli di Giusi Racconti)
 pubblicata il 23 Febbraio del 2009.
Come sempre è tutto frutto di fantasia. I personaggi sono originali, ho preso in prestito i nomi per ispirazione artistica e non per insinuare qualcosa!



La luce fioca di quel cielo invernale sembrava immergersi tra le pieghe della modesta parrocchia di San Giovanni Battista come le gambe di un bambino in un metro di neve. In maniera pudica illuminava i posti a sedere dove sedevano alcune vecchie con il rosario in mano. Un po’ di polvere le sormontava. Il tabernacolo, posto al centro dell’altare, anche se modesto e privo di valore artistico, faceva la sua figura.
Padre Donato cincischiò con le chiavi della porta come sempre prima di poter entrare. Quel luogo gli aveva sempre messo soggezione. Veniva da Roma lui, -uno moderno-, lo aveva definito la signora Rosa Marcucci, perpetua dei due sacerdoti della chiesa di San Giovanni Battista. Ma anche le altre donne di Ferriere , piccolo villaggio dalle parti di Piacenza, la pensavano come lei. Era un uomo sulla cinquantina, e se non fosse stato per l’aspetto disordinato e i capelli troppo lunghi, sarebbe potuto apparire anonimo. Aveva la pessima abitudine di leggere qualcosa di diverso dal nuovo e vecchio testamento. Ah, quel vizio di frequentare i libri, anche quelli che si potevano trovare da Osvaldo, il vecchio bottegaio dalle parti della stazione. La bottega di Osvaldo vendeva di tutto: sigari importati, cibi in scatola, piccoli e grandi elettrodomestici, e anche le riviste sconce. Qualche donnina succinta in copertina, non la vera pornografia. Dopo tutto siamo negli anni sessanta! Aveva blaterato Piero, il figlio di Osvaldo, per giustificare l’infelice condotta del suo vecchio che le acquistava piuttosto per sé e per gli altri concittadini più prosaici. Quella di debellare certe abitudini come l’uso della pornografia sarebbe stata una battaglia da sposare. Ma per il giovane parroco di San Giovanni Battista, fare battaglie era sconveniente. Un uomo di chiesa ligio come lui, doveva solo occuparsi dell’abito talare, consacrare ostie e celebrare matrimoni e con uguale entusiasmo funerali e battesimi e, con l’avvicinarsi del santo Natale, cercare di recuperare le pecorelle smarrite. Sì, perché da quando era arrivato padre Donato con il suo atteggiamento da scapestrato, e la sua condotta da molti ritenuta immorale, molti fedeli avevano cambiato parrocchia. Padre Andrea ne era addolorato, a dir poco addolorato. Come detto si avvicinava il Natale, il quinto Natale da quando era giunto a Ferriere.


Padre Donato riuscì finalmente ad aprire la porta. Giunto che fu davanti al refettorio, l’odore di abbacchio lo colpì come lo schiaffo del suo povero padre. Rosa aveva di nuovo cucinato lo stufato di agnello che lui detestava. Sembrava farlo di proposito, per provocarlo. Padre Andrea, compostamente, attendeva di iniziare. In piedi, accanto al lungo tavolo, aspettava che l’altro prete prendesse posto. “Potevate cominciare senza di me. La signora Marcucci sa che detesto l’abbacchio! Dobbiamo fare sempre tutte queste cerimonie prima di mangiare? Della semplice carne di manzo, o dei fagioli per cambiare. Magari del cavallo…”
“Mi dispiace, reverendo, ma l’abbacchio costa meno e da quando i fedeli più generosi non vengono più, il denaro non mi consente granché.”
“E da quando mettere a morte quei poveri agnellini, è valso il risparmio?”
“Le ripeto: è tutto quello che ho trovato.”
“Ah, non costava di meno. Giacché i soldi che le sono stati dati per fare la spesa sono miei e di Padre Andrea potrebbe preservarci dal compare di nuovo l’abbacchio, se non è troppo chiedere?” Tetra in volto, la perpetua non rispose. Fuggì in cucina oscillando la testa nervosamente.
Iniziarono il pasto. Di lì a poco a discutere.
“Sono proprio iniziative come la partita a mettere in fuga i parrocchiani. Almeno quelli più restii a certi modernismi.”
“Non vedo cosa c’è di sconveniente in un gruppo di uomini che tirano calci ad un pallone, a Roma ne facevamo una la settimana.”
“Ma qui non siamo a Roma! Quante volte te l’ho già ripetuto? Ferriere  è un piccolo borgo, è la periferia, è… siamo all’antica!”
“Mi spieghi cosa c’è di moderno nel giocare a calcio. E poi non faccia finta che non le piaccia. L’ho vista come ci guardava mentre ci allenavamo, moriva dalla voglia di entrare in campo”.
A quella il sacerdote più giovane avvampò, il rossore mise in evidenza gli occhi di un chiaro abbagliante e la carnagione delicata. “E su, Andrea mio, ammettetelo che vi divertirebbe dare quattro calci ad un pallone. Siete giovane, avete la metà dei miei anni e le vostre labbra non hanno mai toccato una sigaretta, e tante tante altre cose… potreste dare la pista a tanti di quei nostri uomini”.
“Una partita contro quelli della parrocchia di San Pancrazio di Brugneto, mi sembra fuori luogo!”
“State dicendo che la beneficenza è fuori luogo?”
“Beneficenza?” Andrea apparve sorpreso. Il suo volto non era più rosso ma le mani continuavano a torturare l’abito talare come uno studente durante un difficile esame. Era nervoso, molto nervoso.
“Useremo il campo della scuola e faremo una colletta a favore degli orfani di guerra”.
“Padre Donato: la guerra è finita oltre vent’anni fa”, a quella frase fece seguire un sospiro di sconforto.
“Ma gli orfani sono sempre più poveri, c’è poco lavoro e qualcuno dovrà pensare a quei poveri bambini… intendo i figli degli orfani”.
“I nipoti degli orfani di guerra. No, no. No! Non è una buona idea. E sapete perché non lo è? Per via della vostra condotta. I nostri parrocchiani, quei pochi che ci restano, penseranno che coi loro soldi andrete a bere la grappa, comprerete libri osceni, o, peggio, li userete per andare con le prostitute”.
“Ancora con quella storia? Quella poveretta aveva bisogno di un pasto caldo e di un letto dove dormire, il suo magnaccia l’aveva picchiata e a noi non restava che…”.
“Ma una prostituta in una diocesi! Ma vi rendete conto? E poi ci lamentiamo che tutti pensano male di noi?”.
“Di me, casomai, di te che hanno da lamentarsi? Siete il più ligio servo di Dio dell’Italia tutta”.
“Io faccio solo il prete” a queste parole sul suo volto calò un velo di sconforto. Come gli sembravano lontani i bei tempi in cui c’era il vecchio Padre Carlo ed era tutto tranquillo. Lo sfacelo era cominciato dopo l’arrivo di padre Donato. Libri sul comunismo, riviste straniere, prostitute, sbronze libere. E fumo. Dove sarebbero andati a finire?
“Pensavo che se la raccolta fondi riesce bene si potrebbe dare una mano pure a qualche parrocchiano. Pensavo a quel povero tagliaboschi, rimasto vedovo con tre bocche da sfamare e nessun soldo in tasca. Il vostro amico.”
“Il signor Salvemini”.
“Sì, Michele Salvemini. È una brava persona. Si fa in quattro per i suoi marmocchi. Siete d’accordo almeno in questo” il giovane prete fece di sì con la testa. Era stato appena il giorno prima a trovare quel ragazzone sfortunato e buono. Povero Michele. Con l’arrivo dell’inverno, le sue mani erano consumate a forza di spaccare legna. La gente aveva bisogno di combustibile per il camino ma gli affari non erano buoni. Perché molti non avevano di ché pagare e Michele, che era un uomo di poche pretese, faceva credito a tutti, con il rischio di non riuscire a dar da mangiare ai propri figli.
“Domani torno da lui, voglio vedere che aria tira. Ieri era davvero giù, ricorreva l’anniversario della morte della moglie” si pentì per quella rivelazione. Padre Donato faceva sempre battute di pessimo gusto sul fatto che, alla fine, tutte le settimane, facesse visita ai Salvemini. E in quel momento non voleva sentire chiacchiere. Quello di Andrea era un interesse dettato dalla sua professione e, naturalmente, dal suo credo. Dopotutto era scontato che un sacerdote si occupasse dei parrocchiani più in difficoltà. Ma nella testa di Andrea si insinuò il dubbio fin troppo radicato che ci fosse dell’altro. Ripensò all’allenamento, al volto dell’uomo finalmente rilassato. Sorridente, addirittura. Se la partita di beneficenza sortiva quegli effetti nel parrocchiano che risultava il più delle volte taciturno e discreto, beh bastava quello per dare ragione a padre Donato. Un -quasi- sorriso, fece la comparsa sul volto del giovane prelato.
“Wow Padre Andrea sta sorridendo! Che mi venga un colpo! Sono le conseguenze dell’abbacchio o forse vi state abituando all’idea di avermi qui?”.
“Nell’una nell’altra ipotesi. Piuttosto, fai tu messa oggi pomeriggio. Farò delle visite ai parrocchiani”, fece sapere senza ammettere che andava solo da Salvemini.
“Vai da Salvemini chiaro! Fai bene. Quando ci vado io non è tanto contento come quando vede te. E quando ci vado io mi chiede sempre: perché non è venuto Andrea?sta forse male? Si preoccupa per te, parecchio dico. Si vede che ci tiene, dunque conviene che ci vada tu, no?” aggiunse ironico “solo per lui sei meglio di me, i suoi ragazzi mi adorano!”
“Bambini, creature innocenti” Andrea provò a smorzare l’imbarazzo dell’essere stato preso in castagna con una battuta. Si rattristò e si sentì patetico. Gli tornò alla mente Loretta, quando le aveva dato l’estrema unzione. E Michele si era attaccato al suo braccio piangendo. A quel punto, Andrea non aveva potuto fare a meno di farsi abbracciare. Era inusuale per lui, così poco portato ai contatti fisici. Avevano pianto insieme, per  Loretta e per quelle tre creature che dovevano dire addio per sempre alla loro madre. Era successo un anno e un giorno prima, ma per Andrea non sembrava già così tanto. E non era un mistero che Michele Salvemini fosse tra i parrocchiani al quale era maggiormente legato.


Una pioggia d’imbarazzo


I ragazzi entrarono in casa correndo e ridendo come sempre. La più piccolina, Gina, la principessa di casa, teneva in mano un misero mazzetto di fiori di campo scovati chissà dove sotto la neve ancora non alta ma che cominciava a farsi sentire. Erano già tre giorni che, tra una bufera e un vigliacco raggio di sole, nevicava. “Dove le hai prese, sono bellissime” suo padre le venne incontro con dolcezza. La prese in braccio.
“Le ho trovate sotto quell’albero grande grande davanti alla casa dei Sottani”.
“Fino a laggiù siete stati. Duccio, quante volte te lo devo dire che non dovete allontanarvi da casa?”.
Duccio era il maggiore dei figli di Salvemini. Aveva solo nove anni. Poi c’era Fausto e per ultima la piccola Gina, che era identica alla madre, se si escludevano  gli occhi scuri. Duccio ignorò il rimprovero e ricominciò a lagnarsi per la fame. Erano mesi che Michele Salvemini non riusciva a raccapezzare un pasto decente. Eppure lavora come un matto. I muscoli delle braccia scoppiavano sotto la maglietta. Era affamato pure lui. “Domani andremo a caccia di lepri e cercheremo le castagne”.
“Facciamo il pane, papino?” implorò la ragazzina mentre rovistava sotto la maglietta del padre.
“Stasera non ho la farina tesoro mio, però possiamo fare un bel fuoco, la legna non manca. Ma senti che manine fredde ha la mia principessa. Brava tesoro, scaldale sotto il maglione di papà”.
“Lo so, me lo dici sempre!” rispose. L’altro figlio maschio si mise a trafficare con i giocattoli di legno intagliato che gli aveva costruito suo padre. Niente a che vedere con quelli che avevano alcuni suoi coetanei. Giocattoli di plastica degni dell’epoca. Ma il loro padre non poteva permetterseli. Aveva trovato a malapena il denaro per acquistare delle scarpe, per di più usate. Non erano mai stati ricchi ma erano state le lunghe e costose cure alla quale si era sottoposta la defunta moglie a prosciugare tutti i risparmi. E pensare che era stata proprio lei la prima a chiedere al marito di lasciar stare. La degenza a Milano, gli specialisti. Nessuno sapeva spiegarsi il perché, a una donna così bella giovane, il destino avesse riservato una fine tanto triste, dolorosa e precoce. Ai Salvemini per giunta, cattolici praticanti. Ora a Michele ora non aveva nemmeno più la fede. Non aveva più nemmeno un Dio a cui affidarsi per trovare un po’ di pace, e, soprattutto, la forza di andare avanti.


Andrea salì sul sellino della sua bici e subito una folata di vento gelido lo colpì. La sacca che pendeva da una parte conteneva della farina, un po’ di zucchero e delle caramelle. Aveva rinunciato all’abito in favore di un pantalone di flanella. Alcuni prelati trovavano semplice andare in bicicletta con la tonaca, a lui non piaceva. Aveva più volte la sensazione che gli angoli finissero tra i raggi. Il pantalone, durante le passeggiate in bicicletta, era l’unica trasgressione che si consentiva, almeno era quello il pensiero di Padre Donato. Un altro motivo di riserbo era la bellezza. Già, così fuori luogo che un sacerdote fosse attraente. E questo li rendeva ancora più diversi poiché il romano, oltre a non essere più un giovanotto, non era affatto bello. Affascinante forse, per chi ha simpatia per gli uomini con la pancia, il vizio del bere e i capelli arruffati tagliati male. I capelli di Andrea invece erano tagliati corti, lisci e biondi come il grano avvizzito. Le palpebre, sulle quali spiccavano le ciglia chiare, coprivano e svelavano occhi semplicemente magnifici. Andrea diffidava del suo aspetto fisico. Non bastava che le sue parrocchiane facessero gli occhi dolci, persino degli uomini davano per scontate -certe cose-, soprattutto se si trattava di sacerdoti. Situazioni compromettenti che Andrea smorzava all’istante come un pompiere avrebbe fatto con un incendio.
La casa dei Salvemini si trovava tra le montagne, dalle parti di Cassimoreno, qualche chilometro prima della piccola frazione di montagna. Andrea pedalò più veloce sperando di precedere la bufera. I nuvoloni scuri si avvicinavano minacciosi verso Est. Ecco, l’ultima salita e ci sono. Considerò ingenuamente. Appena un minuto prima che il casale dei Salvemini fosse a favore di visuale, iniziò a piovere che Dio la manda.
Il bussare insistente mise tutti sull’attenti. Michele stava cercando qualcosa di commestibile tra le patate ammuffite
“Padre Andrea lei è… è annaffiatissimo!” strillò la piccola Gina che si era precipitata ad aprire sperando che fosse quel mattacchione di Padre Donato. Lui la faceva sempre ridere e fare vola vola meglio di suo padre. La faceva volare per davvero.
“Sì, si può dire che l’ho presa tutta quella che c’era da prendere” Michele lo guardò con calore.
“Padre Andrea... ”
“Posso avvicinarmi al fuoco?”
“Scaldati pure, ci mancherebbe” così dicendo lo raggiunse. Gli tolse il soprabito.
“Ma stai tremando!”.
“Lo so, mi beccherò un bel raffreddore, ci mancava pure questo” sospirò. Con un gesto rapido mosse la testa. Alcune gocce di pioggia colpirono il padrone di casa.
“Scusatemi” il prelato abbassò il capo timidamente.
“Non fa niente, sei... fradicio!”
“Già”.
“Sarebbe meglio te li togliessi, o l’umidità ti marcirà le ossa”
“No, no, sarebbe sconveniente” era tornato ad arrossire come una quindicenne al suo primo ballo.
“Non ci sono donne qui, salvo che tu abbia vergogna di Gina”. Ma Andrea aveva un pudore che gli impediva di spogliarsi mal volentieri persino quando era da solo!
“Un po’ di umidità non mi ucciderà” ma Michele non volle sentire altre scuse. Gli strappò letteralmente la camicia seguita dal maglione facendolo passare attraverso la testa. I bambini trovarono divertenti i tentativi del sacerdote di sottrarsi al trattamento e, per una volta, furono felici che ci fosse lui e non Padre Donato. Michele porse un paio di pantaloni da caccia e un maglione il cui colore gli ricordò le more selvatiche. Per rompere l’imbarazzo ancora persistente, sebbene fosse di nuovo presentabile, Andrea prese la sacca e tirò fuori il contenuto.
“Caspita, ti sei beccato l’acquazzone per farci la carità. Non c’è che dire prete, ti sono in debito!”.
“Non mi chiamare prete, ti fa sembrare così rozzo.” Andrea sorrise guardandolo di sottecchi. Gli piaceva stuzzicarlo di tanto in tanto, ma il più delle volte era così intimidito da lui che era difficile anche la minima conversazione.
“Padre Andrea, meglio?”
“Molto meglio”
“Mangi con noi? Anche se dubito che ti sazierai, vecchie patate a parte, dovrai aspettare il pane per mangiare”.
A quella Gina tornò all’attacco: “Facciamo il pane! Padre Andrea ha portato la farina, ora possiamo fare il pane!” anche il resto della ciurma sembrò pensarla come lei. I bambini avevano fame, e voglia di pasticciare.
Si misero al lavoro sotto l’occhio vigile di Andrea che fece un sospiro ogni qual volta, sorprendeva il padrone di casa guardarlo. Sospirò parecchio.

Negazione


Padre Donato stava controllando quanto vino fosse rimasto nelle botti. Non era un vero e proprio rito serale ma poco ci mancava. La perpetua se n’era andata dopo aver lavato i piatti e, topi a parte, nella piccola cantina ricavata nel refettorio, non c’era nessuno. Non c’era nessuno in tutta la parrocchia. Se avesse temuto i morti seppelliti sotto la chiesa, con quei tuoni che si sentivano forti da fuori, avrebbe battuto i denti dalla paura. Ma l’unica cosa che temeva il romano era la fine delle scorte di sigarette e, soprattutto, della grappa. Sentì rientrare il collega dopo il terzo bicchiere. Non era propriamente ubriaco ma non ci mancava poi molto.
“Ma non mi dire, avete di nuovo bevuto!” enunciò stizzito Padre Andrea appena varcata la soglia.
“Ce ne hai messo di tempo! I bambini di Salvemini non volevano farti venire via? Con me fanno sempre così”
“No, è che piove tanto. Abbiamo aspettato che spiovesse un po’, perdita di tempo” Padre Andrea si andò ad asciugare i capelli con il phon. Si sentiva ancora un po’ scosso. Finito di preparare il pane, l’allegra brigata non ne aveva voluto sapere di lasciarlo andare. In particolare Michele. Avevano mangiato il pane, delle noci, le patate cotte al forno e le caramelle. A fine pasto Michele aveva immerso due mele nello zucchero fuso. Il prete considerò che non avesse mai in vita sua mangiato qualcosa di altrettanto delizioso. Certo, se avesse avuto un po’ più di senno, avrebbe evitato. I suoi denti si sarebbero cariati entro l’anno. Ma come negarsi quel piacere? Quando lui gli aveva avvicinato alla bocca lo stecchino sul quale era infilzato il pezzetto di mela zuccherosa, non aveva dovuto far altro che schiudere le labbra e lasciarsi andare a un gusto mai provato.
“Davvero buona da leccarsi i baffi” aveva enunciato raccogliendo con le dita i rimasugli di zucchero ai lati della bocca. Era successo appena un’ora prima. Michele non smetteva di ridere e di sembrare così felice. Se il motivo di tanta felicità era lo zucchero e la farina, beh tanto valeva sacrificarne un po’ per i Salvemini più spesso. Donato, con la sua presenza ingombrante venne a interrompere la processione dei ricordi.
“Hai una faccia buffa stasera e… e anche il modo in cui ti sei vestito è parecchio buffo. Questi pantaloni a coste e questa maglietta rossiccia da dove saltano fuori?” Desolato, Andrea si rese conto che doveva rispondere per educazione, ma quanto imbarazzo doverlo ammettere.
“Hai accettato i vestiti di quel bifolco? Non è da te!”
“Non è affatto un bifolco, e mi stupisce che da uno come te esca un epiteto tale”.
“Che sarebbe a dire ‘uno come me’?”
“Lo sai, un prete con idee riformiste”.
“Anticonvenzionali casomai. Si lo sono, anticonvenzionale, intendo. E tu invece?”
“Non parliamo di politica. Lo sai che non sono d’accordo praticamente su niente con te.”. E sotto sotto un pensiero: e poi sei ubriaco, potresti dirne di scemenze.
“Hai un’aria strana con quella roba addosso. A parte che ti sta larga perché il boscaiolo è il doppio di te tanto d’altezza che di stazza. Ma è quell’aria da ragazzo con la testa tra le nuvole che ti fa soprattutto strano. Non te l’ho mai vista, anzi sì e proprio ultimamente, mentre ci guardavi che ci allenavamo”.
“Non so di cosa stai parlando, o sparlando…”.
“A te no ma io si! Ricordo, dove ho visto quel tipo di ammirazione, e non era certo di fronte alla volta della cappella Sistina. Sì, eravamo a Roma, avevo ancora i capelli del mio colore naturale e andai a un teatro, l’Ambra Jovinelli. Beh quei militari avevano la bava alla bocca e gli occhi fuori dalle orbite proprio come te, sembra proprio che a te il boscaiolo faccia lo stesso effetto!”.
“Mai sentite tante sciocchezze tutte insieme. Queste accuse ignobili e sconce sono degne di te. Basta vado a letto” scattò in piedi e sembrò, per qualche decimo di secondo, che dovesse cadere inciampando proprio sull’orlo, o sulla mancanza di tale, dei pantaloni di Michele. Poteva esistere un essere più rozzo e inopportuno di Padre Donato? Come poteva saltargli in mente una cosa simile?
Ma come osa affermare che io possa minimamente provare questo per un… per il signor Salvemini!?  Si allontanò dal suo aguzzino tremando.
Arrivò nella sua stanza con il fiatone. E dopo aver riflettuto un attimo, tornò in sé. Donato era ubriaco, probabilmente avrebbe confuso il canto di un canarino con l’ululato di un lupo. E vedeva streghe là dove c’erano solo zucche.
Purtroppo però, mentre si spogliava, non poté trattenersi dall’annusare il maglione che gli aveva prestato l’affascinante vedovo. Emanava un effluvio di boschi che sembrò spargersi in tutta l’angusta stanzetta. Andrea fissò per qualche minuto il crocefisso sopra il suo letto e sospirò. Più cercava di non pensare alle scempiaggini del vecchio sacerdote e più gli tornava in mente il volto rilassato di Michele. Era un bel volto vissuto: la barba lunga, le basette, le ciglia folte che incorniciavano gli occhi belli e severi. Quegli occhi scuri che lo avevano sbirciato tutta la serata.. E poi che aveva da guardarlo in quella maniera? Si domandò tremando. Si conoscevano da tanto ormai, non aveva consacrato il suo matrimonio ma aveva fatto a tempo a battezzare due dei suoi figli. Era un caro amico, per quanto un uomo può arrivare a essere amico di un prete. Non gli aveva mai dato troppa confidenza. No, Andrea non era un uomo che dava confidenza con facilità, tutt’altro.

3 commenti:

  1. Accidenti se mi ha preso questa storia! Mi sono accorta di aver letto tutto quanto a bocca aperta!
    Durante l'incontro tra Michele e padre Andrea sono sicura di aver sentito profumo di legna che brucia e di pioggia: sono sicura di sentirlo ancora adesso. Michele mi affascina, il suo essere così rude ma nello stesso tempo così dolce, mi ha turbato, parecchio. Padre Andrea invece è solo dolce, quasi ingenuo. E' solo l'inizio, ma la tensione è già ai massimi livelli. Io sto qui seduta sulla riva del Nure, e aspetto... presto vero Giusi?

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    1. Sì sì, aspettiamo che i ciocchi brucino... ;)

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  2. Io ho letto anche la versione originale a suo tempo e devo ammettere che non mi prese come le altre, ma questa prima parte l'ho letta tutta d'un fiato. E' vero, in quella casa sembra di sentire l'odore della legna, ma anche quello della pioggia portata da padre Andrea. Il nostro giovane prete non vuole ammetterlo ma gli sguardi del boscaiolo lo turbano. Mi domando cosa provi Michele, se sia solo gratitudine se ci sia dell'altro. Non vedo l'ora di leggere il seguito.

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